Visioni Personali

Laurence Cox

Cristina Flesher Fominaya

Doug Tarnopol


La mia personale visione della rivista

Laurence Cox

Il mio modo di pensare ai movimenti sociali in maniera sistematica è radicato sia nell’esperienza di essere cresciuto in una famiglia di attivisti che nel mio impegno, iniziato circa dieci anni fa e ancora in corso, in mobilitazioni avvenute in diversi paesi del mondo. Queste esperienze mi hanno portato a chiedermi “cosa stiamo facendo?” e “come possiamo cambiare lo stato delle cose andando nella giusta direzione?”. Ho sviluppato il primo insieme di riflessioni riguardanti queste tematiche all’interno dei movimenti sociali e nel contesto della loro propria produzione di conoscenza: soltanto più tardi ho capito che avrei potuto interrogarmi sulle stesse questioni in un contesto accademico.

Dati i miei punti di partenza, la questione centrale per me è sempre stata quella di generare “conoscenza rilevante per i movimenti ed elaborata dai movimenti” mantenendo uno sguardo sul mondo in cambiamento. Quest´aspetto ha costituito la parte centrale del mio lavoro, non solo nell’ambito dei miei scritti e dei miei lavori di ricerca in ambito accademico. Per quanto riguarda la mia esperienza personale, la parte di lavoro per me più fruttuosa (e quella di cui le persone più spesso mi chiedono) è stata svolta sotto forma di dialogo: lavori scritti in collaborazione con altri; il programma di ricerca PAR che abbiamo sviluppato all’Università di Maynooth per attivisti di movimenti sociali che svolgevano il loro PhD sulle pratiche dei loro stessi movimenti; varie forme di educazione popolare e politica; la scrittura e il lavoro di editing per diverse pubblicazioni ´attiviste´; pratiche relative alle forme, alle strategie e all’organizzazione di movimenti (che sono certamente strutturate sia dalla teoria che da ciò che abbiamo imparato dal passato e da altri contesti).

Di sicuro ci sono differenze nel modo in cui gli attivisti e gli accademici producono e disseminano conoscenza, o nel modo in cui la stessa persona produce e trasferisce la conoscenza, a seconda che ci si trovi in una situazione ´attivista´ o accademica. E il dialogo tra questi due mondi è particolarmente importante, quando possibile. Per me, quindi, l’idea stessa di questa rivista, comparabile con ciò che già esiste nel campo dell’educazione popolare e dell’organizzazione di comunità, è centrale. Questo perché considero i movimenti sociali come luoghi chiave di produzione della conoscenza che si pongono in continuità con quella parte di accademia che tende ad avvantaggiare la ricerca rilevante per i movimenti ed elaborata dai movimenti. Inoltre, ho provato sistematicamente a far dialogare questi due campi d’attività. Mi sembra importante dare risalto, in modo strutturale, a quest´aspetto della rivista (soprattutto nei suoi processi editoriali) ed evidenziare in particolare che è proprio questo l’aspetto che differenzia la nostra rivista dalle pubblicazioni già esistenti sui movimenti sociali pubblicate in lingua inglese.

In quanto attivista, in particolare all’interno del “movimento globale”, anche noto come “movimento dei movimenti”, un problema centrale che mi colpisce con una certa frequenza è la difficoltà di comunicazione tra movimenti diversi e fra tradizioni teoriche diverse. Ho notato, inoltre, anche la presenza di ´tentazioni´ a ricadere in discorsi identitari, concentrandoci di più sulla forma delle nostre idee che sui contenuti. Imparare gli uni dalle lotte degli altri, e arrivare a vedere noi stessi negli altri, costituisce una base assolutamente necessaria per avere la possibilità di arrivare alla vittoria. Il ruolo della traduzione è dunque cruciale, sia in senso letterale che metaforico, ma anche tra diversi linguaggi teorici.

Il terzo fattore che mi sembra importante è la creazione di un particolare spazio istituzionale. Gli attivisti mi dicono spesso che vogliono essere in grado di andare oltre le riflessioni sui problemi immediati e quotidiani dei loro movimenti e di riflettere su scala più ampia. Inoltre, gli attivisti impegnati in studi post-laurea sembrano spesso essere privi di una comunità intellettuale genuina, che non implichi semplicemente l’applicazione delle “regole del gioco” del mondo accademico in modo cinico. Da qui l’importanza di conferenze come quella di Manchester sui movimenti sociali. La mia speranza è che una rivista come questa possa creare uno spazio più ampio nel quale (alcuni tipi di) attivista possa trovare respiro e che costituisca una forma di riconoscimento per (alcuni tipi di) ricercatore, e che sia in grado di arricchire di esperienza tutto il processo!

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La mia personale visione della rivista

Cristina Flesher Fominaya

Nel tentativo di esprimere la mia personale visione per questa rivista, ho bisogno di guardarmi indietro e pormi alcune domande: per quale motivo abbiamo bisogno di un´altra rivista specializzata in movimenti sociali? Che cosa mi entusiasma di questo progetto? Una risposta concisa è che questo giornale si pone l´obiettivo di rafforzare i canali comunicativi fra accademici, fra attivisti ed accademici che sono anche attivisti, un qualcosa in cui personalmente credo. Una lunga riflessione in merito ha evidenziato tre principali risposte che personalmente ritengo importanti.

La prima riguarda la possibilità di implementare la comunicazione fra movimenti, fra linguaggi e contesti culturali e politici differenti. La mia consapevolezza politica deriva dalla combinazione di diversi fattori, dalla fortuna di essere nata da genitori con una grande fiducia nella giustizia sociale e di aver trascorso larga parte dei miei anni formativi vivendo in un paese dove la democrazia –lasciando da parte i movimenti sociali- non è una opzione politica.

La mia prima ricerca etnografica ha riguardato i partiti ´verdi ´in Spagna nei primissimi anni Novanta. Dopo di che mi sono dedicata allo studio dei movimenti ‘anti-roads’ britannici, il che ha rivitalizzato il mio interesse crescente per le forme di politica ispirate all’autonomia. In seguito sono tornata a Madrid per portare a termine un´osservazione partecipante sulla rete anti-globalizzazione, prendendo in considerazione sia il Forum Sociale Europeo che altri progetti di movimento  in Germania ed Italia.

Ciò che mi ha colpito nel muovermi da un contesto di movimento ad un altro è stato che, nonostante la crescita della comunicazione fra attivisti permessa dai voli a basso costo, da Internet e da meeting stimolanti, le reti di attivisti erano ancora in larga parte imbrigliati nelle rispettive tradizioni storiche, politiche e culturali a livello nazionale.

Durante il Forum Sociale Europeo di Londra, un caso particolare di questo fenomeno è stata un’assemblea sul più generale discorso relativo alla precarizzazione. Alcuni attivisti provenienti dall´Europa continentale erano difatti perplessi dal modo in cui gli attivisti britannici portavano avanti le loro rivendicazioni per una ´maggiore flessibilizzazione’. Questo perché la crescente precarietà che caratterizza i moderni ´contratti di lavoro-spazzatura’ erano l´oggetto principale delle proteste degli attivisti provenienti dall’Europa continentale. Si trattava chiaramente di due diverse interpretazioni del concetto di flessibilità discusse nel corso dell’assemblea. Sono quindi particolarmente entusiasta del fatto che questo tipo di rivista possa costituire uno spazio di discussione per le persone e che queste siano a loro volta coinvolte in un dialogo trans-culturale proprio su questioni che motivano le loro proteste e azioni, in particolar modo attraverso la pubblicazione di interviste e dialoghi.

Il secondo motivo che mi entusiasma di questa rivista è l´enfasi che è data alle esperienze pratiche di movimento. Come ricercatrice/attivista la maggior parte di ciò che ho appreso dipende dall´efficacia di alcune metodologie e tattiche e da alcuni risultati pratici che possono a loro volta essere utilizzati dagli attivisti nel loro lavoro. Questo tipo di informazioni, tuttavia, sono spesso inappropriate per il livello di generalità teorico richiesto da articoli di tipo accademico. Sebbene i contributi teorici siano importanti, speriamo di incoraggiare contributi che possano produrre conoscenze pratiche generate all´interno dei movimenti e che permettano allo stesso tempo la condivisione di pratiche.

La terza ragione che mi entusiasma di questa rivista trova radici nella mia esperienza accademica. Sono numerose le riviste disponibili sui movimenti sociali ed io personalmente ho appreso moltissimo leggendo articoli scritti da famosi e rinomati studiosi dei movimenti. Tuttavia, credo sia difficile trovare uno sbocco per quei lavori che possono apportare una novità nelle teorie maggiormente istituzionalizzate. Sarei felice di vedere lavori nuovi e originali trovare spazio sulle pagine virtuali di questa rivista, con la speranza di poter incoraggiare la presentazione di scritti e contributi da parte di chi è ancora attivo partecipante nei movimenti di cui sta scrivendo.

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La mia personale visione della rivista

Doug Tarnopol

Diversamente dagli altri curatori, io non sono né un accademico né un attivista. Per lo meno, non nell´accezione con cui potrei definire questi termini. Ho un background in storia e sociologia della scienza (MA, University of Pennsylvania, 1996; AB, magna cum laude, Cornell University, 1992); ho studiato la storia della teoria evoluzionistica e la biologia del ventesimo secolo. Sono impegnato politicamente, ma solo in piccola parte e non faccio nulla che io consideri realmente attivista. Sono membro di IWW, sono un blogger e talvolta sono tacciato di essere come uno spray urticante. In verità sono un vero editor, ma sono anche un progettista della formazione, un tutor, un project manager ed uno scrittore di fiction.

Per un certo periodo ho cercato connessioni con il mondo accademico e intellettuale, con organizzatori ed attivisti. Senza un´organizzazione di massa la forza del capitale e il potere semplicemente non possono cambiare. Penso che questo desiderio di vincere le forme imposte di alienazione e di atomizzazione sia il carburante che alimenta la mia passione per Interface.

Immagino che non sarò solo in questo mio entusiasmo. Non si tratta, infatti, di un altro giornale accademico. Il punto centrale di tutto il lavoro consiste nel favorire la messa in rete di persone attive sia all´interno dei singoli gruppi che tra gruppi di persone diversi e variegati, a loro volta uniti da un desiderio comune: mobilitare ulteriormente la gente contro le strutture di potere. Per quanto ne sappia, questa è la nostra unica speranza di sopravvivenza.

Il fulcro di Interface è la produzione e la disseminazione di conoscenza. In altre parole, il suo scopo è di essere un forum in cui un insieme di persone, variegate in termini di esperienze, possano condividere idee, strategie e tattiche. Le barriere di linguaggio, di gergo ed anche quelle geografiche sono superate nell´interesse di tutti. Come detto in precedenza, ho studiato storia della biologia evolutiva nel ventesimo secolo. Questo fatto mi ha messo rapidamente in contratto con i biologi della sinistra britannica della prima metà del secolo, persone come J.B.S. Haldane, Julian Huxley, Lancelot Hogben, e altri ancora. Scienziati come questi erano soliti trasferire la conoscenza verso la gente in lavori come Mathematics for the Millions, Science for the Citizen, e The Science of Life. Interface mi ricorda non solo i tratti migliori di quel movimento – nella sua capacità di trasportare la conoscenza (e conseguentemente il potere) verso la gente a dispetto della crescita di competenze tecnocratiche – ma mi sembra anche capace di apportare miglioramenti contro la sfortunata via a senso unico di quel tipo di relazione precedente. Le persone, che siano esse esperte di qualcosa o che non lo siano, hanno tutte le capacità di insegnare qualcosa alla classe dei professionisti della conoscenza.

In Interface si parla di unire teoria e pratica (se posso permettermi di usare il termine “pratica”) nella formazione delle politiche, delle procedure, dei prodotti e dei partecipanti. Sì, lo so che questo e ciò di cui la maggior parte degli addetti a lavori parla, ma in realtà si tratta di qualcosa che solo pochi riescono a compiere. Mi immagino Interface come un ibrido tra un periodico del diciannovesimo secolo destinato alle operaie e un vero e proprio giornale accademico del ventunesimo secolo. Qualsiasi cosa io immagini ora, in ogni caso, Interface crescerà e le competenze ed i desideri di un crescente numero di persone ne caratterizzeranno lo sviluppo. Ed è giusto che sia così.

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